Sul Rebirthing


Rebirthing. Rinascere. Cosa vuol dire? Si potrà mica rinascere?
Nascita è un inizio. Il bambino abbandona l’utero materno, inizia a respirare, è nato. Eppure, poco prima di venire al mondo, era già al mondo. Il cambiamento (dal dentro al fuori, dall’acqua all’asciutto) segna il suo inizio.
Poi si cresce, si cambia si, ma si resta “gli stessi”.
A volte, da adulti, la sensazione di “essere noi” ci sta stretta. “Ed io non voglio più essere io“, recitava Carmelo Bene. E come si fa, a partorire da sé, un nuovo sé?
Sarebbe naturale, poter lasciar andare il vecchio, ciclicamente, morire insomma, e fare spazio al nuovo. Nuovo pensiero, nuove relazioni, nuove profondità. Occhi e orecchie nuovi. Nuova pazienza. Nuovo coraggio. Perfino un albero, ogni anno, è un albero completamente nuovo.
Ci sono tanti modi, è vero, per rinascere. Talvolta è la vita a fornirci l’occasione. Un innamoramento, la nascita di un figlio, una bella malattia o un incidente grave. Alcuni eventi, attraversati, fanno di noi persone nuove, dopo cui non siamo più gli stessi.
Si può anche indurre, questa rinascita. Questa profonda trasformazione. Dal bagnato all’asciutto, dal buio alla luce.


Tutto comincia, ancora una volta, con il respiro. Un primo respiro di nuova vita. Ecco ciò che chiamiamo Rebirthing. Un’esperienza di respiro.
Pare, che questo Rebirthing, abbia origini millenarie. Studiando i testi antichi dello yoga si incontrano, già in tempi remotissimi, tecniche ben determinate, che per mezzo del respiro, permettevano l’accesso a stati alterati di coscienza. Pranayama, che dir si voglia.
Tutt’oggi, tecniche di meditazione (vedi: concentrazione) insegnate dal Buddha 26 secoli fa, come la Vipassana, prevedono l’uso del respiro come mezzo per affinare l’attenzione, acuire la percezione di sé, in maniera sempre più profonda.
Il respiro è il ponte tra corpo e mente, tra “natura” e volontà, non a caso è l’unica funzione vitale (o per lo meno la più evidente), ad essere sia volontaria che involontaria. Il respiro accade, che lo si voglia o no. Ma se si vuole, il respiro può essere cambiato, controllato, arrestato, per un pò.
Respirando lentamente, ci si rilassa. Respirando con vigore, ci si attiva. Si porta ossigeno, energia; si affrontano le sfide quotidiane. Si prende un bel respiro, e ci si tuffa da uno scoglio, o ci si fa bucare la narice per indossare un anellino. Si prende un bel respiro, e si dice il proprio amore ad un amato o ad una amata. Per il nervoso si trattiene il respiro, fino ad esplodere, a buttare tutto fuori.
Nulla è a caso. Il respiro di un adulto ha quattro fasi: inspiro-pausa-espiro-pausa. Osservando il respiro dei neonati, ci si accorge che non vi è pausa, tra l’inspiro e l’espiro. Un continuo respiro circolare, scandisce il ritmo dei più piccoli. E guarda caso, così funziona il Rebirthing. Ci si stende comodi per terra, occhi chiusi, come neonati, e dopo qualche istante di ascolto del proprio corpo, si comincia a respirare. Senza pausa. Inspiro-espiro-inspiro-espiro e così via.


Cosa accade?
E’ una magia, un pò un mistero, quello che accade quando ci si mette a respirare. Si possono trovare molte spiegazioni, fisiologiche, psicologiche, metafisiche, spirituali. Quello che si prova, durante una sessione, è qualcosa di profondo, squisitamente intimo, difficile a volte da spiegare. Sembra quasi di toccare certe corde, che per decenni son rimaste senza suonare. Aprire certe porte ormai dimenticate. Scovare tesori, a volte mostri, un pianto mai concluso, un grido soffocato, un dolore… Seppellito nella carne, nelle ossa. Talvolta viene fuori, compiendosi, ci libera.
Mi piace pensare che il potere del respiro circolare, così caratteristico dei bimbi appena nati, sia quello di farci sintonizzare, ritornare a quel momento, a quei primi istanti di vita, giorni o mesi, così densi, così pieni di ferite e di pianti mai compresi, di richieste inesaudite, di paure irrazionali, di panico, follia. Ed anche, al potere incontrastato di quella vita appena nata, che ha con sé tutta la forza e la spinta e la saggezza per crescere e divenire. Riconnettersi a una dimensione della vita in cui si cresce, in cui tutto si trasforma velocemente.
Credo sia per questo che il caro Leonard Orr, padre fondatore del Rebirthing, lo abbia battezzato così.
Tra i praticanti del respiro circolare, è esperienza molto comune, quella di sentirsi “nascere”, o anche morire e nascere insieme, come da me sperimentato in una delle primissime sessioni. C’è qualcosa di inconfondibile, che porta quel sapore particolare, del momento in cui si viene al mondo. Momento di cui nessuno conserva memoria, ma che occasionalmente, durante una sessione, può riemergere ed essere rivissuto.


Lo scopo del Rebirthing non è comunque cercare di rivivere la propria nascita. Può capitare, sorprendendoci. Ma ciò che si cerca di ottenere con la pratica del respiro circolare, è riattivare quei meccanismi grazie ai quali noi possiamo sanare una ferita, sciogliere un nodo, superare una paura, abbandonare un’ossessione e uscire da un circolo vizioso. E questo è senz’altro possibile.


Quando ho iniziato a praticare il Rebirthing, ero in un momento delicato della mia vita. Avevo avuto un confronto violento con l’idea della morte, della separazione, dell’inevitabilità del dolore e della perdita. Mi trovavo in una sorta di trappola perenne, senza via d’uscita. Per la prima volta, a ventun’anni, sperimentavo il panico. Anche se sospetto di aver vissuto quel panico da bambino, e di averne rimosso il ricordo. Panico era tutto ciò che c’era. Curioso scoprire, anni dopo, che “panico” ha radice “pan”, ovvero “tutto”. Confrontarsi col tutto. Vedere tutto tutt’insieme. E’ l’angoscia più totale. Laddove cadono i punti fermi, le certezze, le definizioni, dove tutto è là, senza forma, senza confine, il caos completo. Il “panico” è ciò che si prova, sopraffatti dal mondo e dagli eventi, dallo sconosciuto, da ciò a cui non sappiamo dare un nome.
Ed ecco che pan aveva preso su di me il sopravvento. Un’ansia costante, che sfociava nell’angosciosa e irrazionale certezza che il mondo mi voleva morto. Che sarei finito, scomparso, che mi sarei perso, che avrei perso tutto.
Ho trovato il mio antidoto al caos, con l’ordine della lentezza, della concentrazione. Le prime lezioni di Hatha Yoga hanno rallentato il mio respiro, permettendomi di nuovo di sentire, in piena coscienza, quella vita fisica che temevo potesse scomparire. Il mio corpo. Ancora di salvezza, tempio del mio pensiero e del mio respiro.
Il Rebirthing ha spazzato via la spessa coltre di ignoranza, l’inerzia di una mente spaventata, come un torrente mi si è aperto dentro, trascinandomi impetuoso dentro al flusso della Vita e del Respiro, quel respiro che è già prima di ogni altra cosa, che scandisce il movimento delle maree e delle galassie, quel dentro e fuori, dondolante e armonioso, che determina la vita. Quel respiro a cui noi siamo, quasi per miracolo, connessi. Che viene prima e che va molto oltre ognuno di noi.
Non ho mai più sofferto di attacchi di panico in vita mia. E molti altri come me, sono guariti, grazie al respiro.

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